Invitare la spiritualità nel quotidiano

Ci può essere spiritualità senza religione, ma non senza pratica.

Lo dico da sempre, ci ho scritto anche un libro, ma vedo ancora troppe donne e uomini che non perdono un corso, con l’ansia di non saperne mai abbastanza, dover conoscere sempre un altro pezzo ma poi sottovalutano una legge fondamentale.

Per quanto tempo hai praticato quello che hai imparato nel corso? Quanto di ogni formazione stai portando nella tua vita?

La spiritualità non è religione. È vivere connesse alla nostra parte più profonda: anima, io, spirito o come la vuoi chiamare. Ma questo legame così intimo con se stessi e con l’universo non si raggiunge restando fermi su montagne di appunti. Si costruisce portando gli insegnamenti nel quotidiano.

La crescita spirituale non è una gara

Mi è capitato diverse volte di parlare con persone che dopo l’ennesimo percorso di pratica spirituale, crescita personale o simili stavano male. È vero che certi lavori particolarmente profondi possono tirare fuori scheletri dall’armadio o emozioni che fanno stare male, ma non è di questo che parlo.

Parlo della sensazione di non avere un centro che si prova quando sperimentiamo mille approcci senza prima lasciar sedimentare ciò che abbiamo appreso.

Le vie spirituali sono molte, alcune come gli sciamanesimi hanno tratti in comune, ma magari si basano su filosofie differenti. Correre da un seminario all’altro, da una pratica a un’altra senza darsi il tempo di comprendere e sperimentare, può portare solo confusione.

Meno abbondanza, più profondità

Se ogni persona applicasse una pratica per ciascuno dei 5 seminari che ha trovato più utili, dovrebbe praticare come minimo due-tre ore al giorno. E sono certa che di donne e uomini che, oltre al lavoro, alla famiglia e alla partecipazione ai seminari, dedicano tre ore al giorno alla pratica ce ne sono proprio pochi.

Allora che senso ha tutto questo? Stai davvero imparando sempre più cose? O ne sai mille superficialmente? Perché in realtà perché le cose tu le possa padroneggiare, sentire, vivere e condividere… dovresti averle camminate per un po’ di tempo.

Lo dico a te, ma lo penso anche per me, a tutte quelle volte in cui sono stata frenetica e sono saltata su un treno in corsa per paura di perderlo per sempre. Ma niente si perde per sempre, se qualcosa ha senso per te la ritroverai più avanti.

Per me, la chiave per una spiritualità viva che ci fa evolvere sta qui: meno abbondanza, più profondità.

È il motivo per cui, dopo tante resistenze interne, ho scelto di offrire percorsi personalizzati e non consulenze mordi e fuggi. Perché voglio offrire tempo, profondità e quella che per me è la vera ricchezza dello scambio, che non è lavorare con mille persone, ma con poche e buone. E per questo ho creato un percorso della durata di un anno per conoscere gli Elementi, per approfondire, per praticare tra un incontro e l’altro. Perchè sia un percorso che ti conduce al tuo centro.

Non voglio essere la guida turistica degli spiritualisti del weekend, ma accompagnare chi si mette in cammino con intento, con spessore, con il desiderio di prendersi del tempo per andare a fondo in sé stessa e nella pratica.

L’altare, spazio per la tua spiritualità

L’altare è una delle prime cose che creo quando tengo un corso o un cerchio, ma anche quando entro in una casa nuova. Non è complicato, solo uno spazio (piccolo o grande, come si può) delimitato da un pezzo di stoffa su cui metto i miei oggetti “magici”:

  •  I simboli dei quattro elementi: una ciotola d’acqua, una candela, una pietra, un incenso.
  •  Qualche oggetto significativo connesso a divinità o archetipi a cui sono legata, alla stagione o alle energie su cui voglio lavorare in un determinato periodo.

Da quel momento quello spazio diventa un punto focale della mia pratica quotidiana.

Si tratta di avere un luogo che mi permette di dare una forma concreta ai miei intenti. Ogni giorno mantengo gli elementi in equilibrio sull’altare, e questo mi aiuta a centrarmi e coltivare l’equilibrio interiore.

Cosa intendo? Se per esempio le mie emozioni sono in subbuglio posso occuparmi con maggior cura della ciotola dell’acqua, cambiarla ogni mattina, aggiungerci un fiore, o un olio essenziale. Posso tenerla in mano mentre medito, o usare canti per onorarla. Si tratta di piccoli gesti che aiutano a connetterci con ciò che è dentro di noi, e che sarebbe difficile da trattare in modi pratici.

Portare l’attenzione ad ogni parte di noi stesse ci permette di mantenere tutto in equilibrio, di rendere visibile ciò che normalmente non lo è, e di parlare al nostro inconscio, dicendogli che sì, ci stiamo occupando di quella parte di noi che necessita di cura.

E questo, credimi, vale più di mille corsi mordi e fuggi.

Se vuoi fare un passo verso la tua spiritualità, questo è il mio consiglio: crea un altare nella tua casa, per poter essere connessa con te stessa nel quotidiano, per essere integra e in cammino.

Se vuoi un aiuto, puoi scaricare il corso gratuito che ti accompagna nella creazione del tuo spazio sacro personale. E, buon lavoro dentro e fuori di te!

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