Prendersi cura è una pratica
Ieri metà della famiglia è stata sottoposta al supplizio dei suffumigi; e ovviamente brontolare-frignare-lamentarsi da sotto l’asciugamano è una parte imprescindibile del trattamento, indipendentemente dall’età!
Mi sono trovata a riflettere sul concetto della cura.
Nella nostra famiglia abbiamo sempre affiancato alle indicazioni mediche anche rimedi tradizionali, naturali e legati alla cura antroposofica. È una scelta che faccio da moltissimi anni: non significa rifiutare la medicina convenzionale quando serve, ma partecipare attivamente alla propria cura, conoscere il proprio corpo e scegliere con consapevolezza gli strumenti che utilizziamo.
Non voglio entrare nel merito dei singoli trattamenti, né suggerire rimedi: per quello servono conoscenze e professionisti competenti.
Quello che mi interessa qui è un’altra cosa.
Mi interessa il tempo della cura.
Utilizzare molti rimedi naturali richiede tempo. Una tisana è più lenta da preparare di una pastiglia. Un impacco va preparato, applicato, aspettato. Ci sono gesti che richiedono attenzione e vicinanza: preparare qualcosa di caldo, sistemare un cuscino, restare accanto a qualcuno, portargli quello di cui ha bisogno.
E mentre fai tutto questo succede qualcosa: sei costretta a rallentare.
Non puoi semplicemente fare una cosa al volo e tornare immediatamente alle mille occupazioni della giornata.
Devi esserci.
Curare e prendersi cura non sono la stessa cosa
Curare riguarda ciò che facciamo per affrontare un problema.
Prendersi cura comprende anche il modo in cui stiamo accanto alla persona che quel problema lo sta vivendo.
E questa differenza per me è importante.
Quando il nostro corpo, o quello di qualcuno che amiamo, ha bisogno di riposo, possiamo provare a lasciare davvero uno spazio a quel rallentamento.
Non sempre è possibile fermarsi completamente. La Vita continua, gli impegni esistono, le responsabilità pure.
Ma possiamo chiederci: dentro quello che sta succedendo, c’è un modo per portare un po’ più di presenza?
Perché a volte sono proprio quei piccoli gesti a restare.
Io ricordo quando da bambina mia nonna mi spostava nel lettone perché ero malata e sistemava il comodino con tutto quello che poteva servire a me o al dottore che sarebbe venuto a visitarmi.
Lo ricordo come un gesto d’amore e di attenzione.
Ricordo come percepivo la sua presenza anche se era in un’altra stanza, proprio grazie alle mille piccole cose che mi lasciava a disposizione e che contrassegnavano il tempo della malattia.
E ricordo il mangiadischi con le fiabe che ascoltavo a ripetizione.
Allo stesso modo ricordo le innumerevoli fiabe raccontate ai miei bambini febbricitanti, i massaggi, i giochi di parole, tutto quello che si inventa per accompagnare il tempo lento di un bambino che non sta bene.
Anche quella era pratica!
Prendersi cura può essere una pratica spirituale
A volte pensiamo alla pratica spirituale come a qualcosa che richiede uno spazio preciso, un rituale, degli oggetti sacri.
Ma per me la spiritualità quotidiana è anche imparare a riconoscere quando la pratica sta già accadendo nella nostra Vita.
Preparare una tisana.
Mettere in ordine una stanza perché qualcuno possa riposare.
Restare sedute accanto a una persona.
Chiedere: “Che cosa ti serve?”.
Massaggiare la schiena di un bambino che non sta bene.
O accettare, quando siamo noi ad averne bisogno, che qualcun altro faccia queste cose per noi.
Non dobbiamo necessariamente aggiungere qualcosa perché un gesto diventi spirituale. A volte dobbiamo semplicemente accorgerci di ciò che stiamo facendo e farlo con presenza.
Prendersi cura può essere una pratica.
E anche lasciarsi curare, certe volte, lo è.
Perché non sempre siamo brave a ricevere attenzione quanto lo siamo a offrirla.
Allora la parola d’ordine potrebbe essere semplicemente questa:
prendiamoci cura.
Di noi, degli altri.
E permettiamo anche agli altri di prendersi cura di noi.
Perché una tisana preparata con criterio può avere una sua azione sul corpo; ma quando qualcuno ce la porta a letto contiene anche un’altra forma di cura: attenzione, presenza, accudimento.
E anche questo conta.
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